La settimana scorsa era il giorno dei morti, in Italia. Per me niente cimitero, quest'anno, e niente veglia con canti, chitarre e preghiere, come ormai e' consuetudine da un po' di anni.
Ma non voglio che questa ricorrenza passi inosservata, quindi metto qui un brano che ha scritto il mio tato per la veglia e che a distanza di km mi ha fatto commuovere. Chissa' che non doni qualche emozione anche a voi...
Morte liberatoria
Di mio nonno ricordo bene due cose: le sue ginocchia e il motorino rosso parcheggiato nel cortiletto della casa in cui abitava. Sono salito su entrambi, quand'ero piccolo, soprattutto sulle sue ginocchia. Adoravo starmene cosi in alto, con il nonno che mi sussurrava all'orecchio le risposte delle parole crociate, sua grande passione, e che con una certa soddisfazione lo aiutavo a risolvere. Il nonno pero' un giorno si ammalo'. Le gambe non funzionavano piu' molto bene, e una delle ginocchia una mattina spari'. I dottori decisero di amputargli una gamba, e da quel giorno mio nonno sul motorino rosso non mi porto piu'. La decisione presa dai dottori non fu pero' delle piu' azzeccate. O almeno, cosi' la racconta ancora mia nonna. E quella sedia a rotelle a cui ormai in famiglia ci eravamo abituati, comincio' a contenere un corpo sempre piu' stanco, e sempre piu' magro. Non si fecero piu' pranzi di Natale a casa dei miei nonni, ne' quelli di Pasqua. Si entrava ed usciva dagli ospedali. E piu' il tempo passava, piu' le parole crociate dovetti imparare a farle da solo. Ero piccolo, e distratto. Un sabato la mamma mi disse che saremmo come al solito andati a trovare i nonni, ma io sarei rimasto da quelli paterni, perche' l'altro nonno stava molto male. Non risposi, probabilmente non ci pensai nemmeno: non mi rendevo conto, visto che non avevo neppure dieci anni, che i miei genitori avevano paura, temevano che io vedessi mio nonno ridotto a uno scheletro, attaccato a tubi e bottigliette, nemmeno piu' capace di sollevare una penna per riempire le caselle di un cruciverba. E cosi fu per le settimane successive. Una mattina, era estate, andai in cucina, e vidi mia mamma piangere davanti ad una pentola. "Cos'hai mamma?". "E' morto il nonno". Non ricordo se ci fosse silenzio in casa. Nella mia mente si. Tornai in camera, mi gettai sul letto e guardai il soffitto. Non piansi, o almeno, non ricordo. Ma pensai al nonno, l’ultima volta che l'avevo visto, e poi andai indietro con la memoria, dalla prima volta che lo vidi sulla sedia a rotelle, a quando in giardino mi sgridava perche' toglievo i sassi dal cortile. E mi ricordai delle sue ginocchia. E allora capii che il nonno stava veramente male, che il nonno aveva sofferto e aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita con una brutta malattia. In questi casi qualcuno parla di liberazione, di una morte che prima o poi avrebbe dovuto arrivare, meglio prima che poi. Io penso che a mio nonno faccia piacere, oggi come oggi, se lo ricordo mentre mi teneva sulle ginocchia. Ma sono sicuro che se avessi potuto salutarlo, sarebbe morto più contento.