In Giappone, certo, sono esagerati.
Ti urlano "benvenuto" anche solo se passavi davanti all'entrata del negozio, provocandoti dei sensi di colpa per non essere almeno entrato a meritarti tanta entusiasta accoglienza.
Ti salutano cortesemente appena ti passano di fianco tra gli scaffali, quando tu nemmeno ti eri accorto della loro presenza. Più qualche saluto gridato a caso (o forse hanno degli intervalli di tempo stabiliti), mentre sistemavano la merce sugli scaffali, che non si sa mai che gli sia sfuggito un cliente.
Alla cassa ti accolgono col sorriso, altro saluto, e poi iniziano a scandirti tipo formula magica quello che hai comprato, quanti soldi gli hai dato, quanti te ne danno di resto e "inchinolaringrazioarrivedercitornicortesementeafarcivisitalaprossimavolta".
Uno esce dal negozio tra un coro di saluti e ringraziamenti e si sente un pò Pretty Woman, nella scena in cui torna la seconda volta a fare shopping servita e riverita.
La scena precedente del film, invece, ho spesso occasione di viverla qui, quando vado in un qualsiasi negozio a fare la spesa, o alla posta, o alla biglietteria della stazione.
Ora, non sono la Principessa del Bantù, e neanche Julia Roberts. Quindi non esigo tappeti rossi e stuoli di commessi alla mia mercè. Mi accontenterei del servizio base, proprio il minimo indispensabile. Concludere velocemente le chiacchiere e le discussioni e i pettegolezzi col collega quando vedi che il cliente ha bisogno, guardarlo almeno in faccia, magari dopo averlo salutato, mentre ti spiega di cosa ha bisogno, dargli/dirgli/fare quello di cui ha bisogno (e per cui poi pagherà) non con la faccia di chi scocciatamente ti sta facendo un favore ma con quella di chi sta facendo il lavoro per cui è -bene o male- retribuito, ritirare i soldi accennando un grazie, salutare e solo dopo eventualmente riprendere il discorso con il collega.
Quando si scende sotto questa soglia base, mi sbaglierò ma io la considero maleducazione. Chissà, forse cambierò idea quando inizierò a lavorare, ma mi auguro di no.