Tra due giorni salirò su un paio di aerei che, in più o meno 12 ore e uno scalo, mi porteranno dritto dritto a Tokyo. Se proprio mi va male, al massimo non funziona lo schermo e non potrò guardare i film programmati per rendermi meno noioso il viaggio.
Al mio arrivo, non solo troverò facce conosciute ad attendermi, ma avrò a disposizione un cellulare e una connessione internet in camera per Tanaka (=il mio pc portatile) che mi permetterà di mandare mail, postare foto in direttissima o addirittura telefonare dall'altra parte del mondo a tariffe esigue.
Certo, alcuni ti guardano ancora con occhi strani quando annunci la partenza e ancora non hanno ben capito se vai in Cina (perchè ti ci ha mandato qualcuno?) o in Giappone. E cosa ci vai a fare. "Una settimana di lavoro, poi un paio per conto mio." "Ah, vai in ferie!" Sì, ok, come non detto.
Comunque, tutto sommato, ormai viaggiare è diventato facile. E non ci vuole chissà che coraggio o intraprendenza a lasciare casa per andare al di là degli oceani, tanto -volendo- con chi è rimasto a casa si può rimanere in contatto in direttissima minuto per minuto.
Ma ci sono stati altri tempi.
Tempi in cui andare in Giappone poteva significare salire su una nave a vapore per il giro del mondo nel febbraio 1866 e arrivare a luglio in un paese ancora nella sua era feudale, aperto da poco -e per certi versi ancora ostile- agli stranieri.
Enrico H. Giglioli, nel suo piacevolissimo "Giappone Perduto", racconta del Giappone che si è trovato di fronte con il candore e lo stupore di chi scopre un altro pianeta, ma allo stesso tempo la precisione di uno scienziato, di un etnografo. Un Giappone ancora intatto, che a lì a poco avrebbe ceduto parte delle sue tradizioni, dei suoi usi e costumi, in cambio dell'occidentalizzazione e del progresso.
Quello però che colpisce di più è l'apertura dell'autore al nuovo popolo, alla cultura che ha di fronte, in tempi in cui le distanze nel mondo erano ancora tali. Senza pregiudizi, senza riserve, senza la tentazione di ribadire la superiorità della propria civiltà rispetto alla civiltà "altra". Nonostante fosse consapevole che la vita di uno straniero, a quei tempi, era constantemente minacciata dagli assalti dei samurai ostili all'apertura del paese, Giglioli sa comprendere che si tratta di una contingenza storica in qualche modo inevitabile e riconosce nella gente del popolo giapponese una gentilezza, una cordialità, un'ospitalità tale da affermare che "non s'incontra nulla di simile in alcun altro Paese".
E una volta tornato in patria, saputo della modernizzazione in corso in Giappone, si scopre addirittura "dolente di veder togliere al Giappone quel suo carattere bello e originale e mettere in pericolo quei mille tratti singolari e caratteristici, quella genuina bontà d'indole che spiccava tanto, specialmente nel popolano, e che è così rara tra noi popoli superiori e sedicenti civilizzatori".
Ve lo consiglio, se volete capire cosa è stato perso e cosa invece è rimasto del Giappone d'altri tempi. E se volete un buon esempio di come porsi di fronte a una realtà "altra", cosa che spesso non ci riesce nonostante le distanze, ora, si siano notevolmente accorciate.