Torno finalmente a scrivere in questo blog trascurato e bisognoso di un restyling, motivata da una "blog-catena" passatami da Phoebe.
La catena consisterebbe nello scrivere 8 cose di me che in tutta probabilità i lettori non conoscono. Ma non volendo deviare dalla nippotematica del blog, eccovi 8 cose che forse non sapete su me e il Giappone.
1. Alle elementari, i miei per carnevale mi hanno vestita da giapponesina modificando un vecchio pigiama di raso a fiori con la maglia tagliata a kimono e aggiungendo parrucca con acconciatura simil-geisha e ombrellino di carta stile orientale. Evidentemente, il mio destino era già segnato.
2. Il primo libro di un autore giapponese che ho letto è Tokyo Blues (titolo originale: Norvegian Wood) di Murakami Haruki, più di dieci anni fa. L'ho adorato ed è tuttora uno dei miei romanzi preferiti. Ma a quei tempi ancora non avevo un'attrazione particolare per il Giappone. Poi avrei scoperto Yoshimoto Banana e l'esistenza di un traduttore chiamato Giorgio Amitrano. E sarebbe nato il sogno, per ora realizzato solo parzialmente, di vedere il mio nome su di un libro alla voce "tradotto da".
3. Generalmente, non mangio il sushi. E non perchè mi faccia schifo il pesce crudo, anzi. Semplicemente, non sopporto il gusto dell'aceto con cui viene bagnato il riso del sushi. Quindi, o trovo del sushi in cui ne han messo poco e non si sente, o me lo faccio preparare senza aceto da amici fidati, o rubo le fettine di salmone e tonno crudo dal sushi degli altri.
4. Ho una famiglia adottiva giapponese: gli Amemiya di Yokohama, una coppia di dinamici e attivi ultrasessantenni. Con due deliziose e vivaci nipotine gemelline di quasi quattro anni, che ho visto appena nate ma se mi distraggo un attimo rischio di ritrovarmele con la divisa alla marinaretta e i loose socks. Gli Amemiya, bontà loro, mi hanno ospitata più volte durante i miei soggiorni in Giappone, compreso quello durato un anno. Sarò loro debitrice a vita. Come li ho conosciuti? Durante i primi anni dell'università, ho trovato per caso il loro sito, in cui raccontavano dei loro viaggi e dei loro passatempi. Scrivevano di voler entrare in contatto con persone di tutto il mondo...io avevo bisogno di mettere in pratica il mio allora stentato giapponese, così ho mandato loro un'email. E da cosa è nata cosa. Conoscerli è una delle fortune più grandi che mi siano capitate: il mio legame con il Giappone è strettamente collegato anche al mio rapporto con loro e a volte mi spaventa pensare all'età che hanno, all'idea che inevitabilmente, un giorno, ci sarà un mio Giappone senza di loro.
5. Non tutto quel che è giapponese automaticamente mi piace o mi interessa. Alcuni esempi. Baseball e sumo: sono i due sport nazionali, ma il primo non mi entusiasma (forse perchè non ho ancora ben capito come funziona, nonostante le innumerevoli spiegazioni) e il secondo ancora meno, soprattutto per fattori estetici. Bonsai e ikebana: ho troppo poca pazienza. I film horror giapponesi, per incompatibilità totale con il genere.
6. I miei posti preferiti in Giappone sono: i templi, gli onsen, i 100 yen shop, i konbini, i karaoke. Ovviamente tutti posti che in Italia non esistono: un dramma.
7. Non ho mai trovato risposta al quesito: vorresti vivere in Giappone? Per anni ho detto "se mi ritrovo sola mi trasferisco in Giappone", quasi come un rito scaramantico, per assicurarmi una via di uscita quasi desiderabile ad un'eventualità per nulla desiderabile. Ma la scaramanzia non ha funzionato e a un certo punto mi sono ritrovata sola. E ci sono andata in Giappone, ma per tre mesi. E poi sono tornata. Ora l'opzione trasferimento in Giappone è scartata, tornata ad essere al massimo un pensiero scaramantico che però ha perso di efficacia. Ma il vivere in Giappone credo rimarrà dentro di me finché muoio come "l'altra possibilità", la strada che non ho scelto al bivio, il treno su cui non sono salita. Per scelta? Per paura? Forse non lo saprò mai. Ho una lista ragionata di motivazioni "contro" il vivere definitivamente in Giappone, con la quale mi convinco che la mia è stata una scelta razionale. Ma so che invece molto ha contato il timore di disamorarmi del paese che ho scelto come seconda patria onoraria: una volta persa la passione che sta segnando la mia vita, cosa mi resterebbe? Ho preferito non correre il rischio.
8. C'è il "mal d'Africa". E c'è il "mal di Giappone", di cui soffro senza possibilità di cura alcuna, se non l'andarci più o meno regolarmente. Il "mal di Giappone" ha sintomi tipo questo. Scoprire grazie a
un blog che esiste
un sito in cui sono raccolte tutte le melodie che ogni stazione della linea Yamanote di Tokyo trasmette all'arrivo/partenza dei treni, ascoltarne un paio e farsi venire il groppo in gola e una lacrimuccia.