Due Tokyo sullo schermo...

scritto da tafia il 25/04/2008,25/04/2008 12:37
Ho visto due Tokyo, al Far East.


La Tokyo anni '50 di Always 2, godibilissimo anche per chi -come me- non ha visto il primo film della serie.
Yamazaki Takashi ci riporta in una Tokyo retrò, magistralmente ricostruita con una computer graphic inusualmente dedicata non all'invenzione di un ipotetico futuro o di qualche mondo parallelo, bensì alla ricostruzione fedele del passato. Un passato che riesce a far provare nostalgia anche a spettatori che non l'hanno mai vissuto.
La Tokyo di Always è un quartiere all'ombra della torre di Tokyo, in bilico con un piede nella tradizione e uno nella modernità. E' abitata da monelli in pantaloncini corti, un aspirante scrittore fallito e spettinato, un rude carrozziere dal cuore d'oro, una donna che incarna l'ideale giapponese della ryosai kenbo  ("brava moglie e saggia madre") ma che nasconde dietro il sorriso un piccolo rimpianto, una ragazzina viziata ma orfana di madre, la ballerina di un club di varietà che però sogna una famiglia.
Si ride, si sogna e ci si commuove, nella Tokyo di Always.

Tutt'altra Tokyo è quella del capolavoro di Miki Satoshi.

E' la Tokyo dei nostri giorni, ma non quella caotica e inflazionata di Shinjuku e Shibuya. E nemmeno quella turisticamente tradizionale di Asakusa e dei templi più famosi.
Il film è invece una lunga e mai noiosa passeggiata nella Tokyo dei vicoli, quella del "girato l'angolo dalla strada principale", dei quartieri residenziali, i piccoli parchi, i tempietti nascosti e silenziosi, i negozi vecchio stile che ci si chiede come fanno ad andare avanti, i chioschi.
Passeggiando per le strade di Tokyo ci si imbatte in vecchi ricordi e bizzarri personaggi.
E ci si dimentica che il percorso è partito da debiti non pagati e da un omicidio. E ha come destinazione il carcere.
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Il Giappone di Amélie Nothomb

scritto da tafia il 26/03/2008,26/03/2008 12:28
[Attenzione: contiene anticipazioni sul finale del romanzo!]



Sono reduce (già da un po', a dire il vero) dalla lettura dell'ultimo romanzo di Amélie Nothomb: Né di Eva né di Adamo, gentilmente donatomi in anteprima dalla redazione di Voland.
La Nothomb è una scrittrice che forse non avrei mai conosciuto, se nei suoi romanzi non ci fosse stato il Giappone. E delle sue opere, lo ammetto, finora ho letto solo quelle ambientate nel Sol Levante. La terra che l'ha vista nascere e scoprire il mondo nei suoi primi anni di vita (Metafisica dei tubi), sperimentare il primo straziante distacco quando è costretta a lasciare il Giappone e con esso lo stato divino dell'infanzia (Biografia della fame), subire sulla sua pelle il degrado di un mobbing crudele da parte dell'azienda giapponese che l'ha assunta (Stupore e Tremori).
Nell'ultimo romanzo, Amélie ci racconta un altro lato del suo ritorno in Giappone in età adulta: quello più sentimentale, la riscoperta della sua terra natia attraverso il legame che stringe con Rinri, un giovane giapponese.
E' una storia d'amore (con una persona, ma anche con un paese) raccontata non tanto con il cuore, quanto con il corpo. Ma non il corpo dell'unione fisica (praticamente mai accennata nelle 150 pagine del libro), bensì quello del gusto, degli odori, della fatica, del dolore, della serenità. Un'esperienza sensoriale che parla attraverso un uso maestrale delle parole, del linguaggio. La scrittura della Nothomb sembra infatti incarnare il kotodama, quel magico potere che gli antichi giapponesi attribuivano alla parola. Nei suoi romanzi non c'è frase che sia banale, ma nemmeno inutilmente complessa, o di troppo.
Fino alla fine del romanzo, il sentimento per Rinri e quello per il Giappone si sovrappongono e si confondono in un incalzante fluire di aneddoti, ricordi e giochi di linguaggio, fino al distacco finale da una terra (e da una persona) che, per quanto amata, si è scelto di lasciare:
"Fratello mio, io ti amo. La mia partenza non è un tradimento. Può capitare che la fuga sia un gesto d'amore. Per amare, ho bisogno della mia libertà. Parto per preservare la bellezza di quello che provo per te. Non cambiare."
Mi resta un solo rammarico, dopo la lettura di questo libro: l'impressione che chi lo legge senza conoscere il Giappone possa goderselo al 99%. Quell'1% in più è riservato a chi ha conosciuto l'odore e il gusto dell'okonomiyaki che fa andare in estasi la protagonista nelle prime pagine...

Caro Santa-san 2007...

scritto da tafia il 15/12/2007,15/12/2007 16:40
Giusto un anno fa scrivevo un post con qualche consiglio per gli acquisti di Natale, scegliendo tra una serie di libri a tema -ovviamente- nipponico.
Il post ebbe un inaspettato successo, in buona parte grazie a Comida che lo apprezzò tanto da segnalarlo nel suo blog.
A distanza di un anno, posso dire che quel post -scritto in un periodo non proprio positivo- mi ha portato fortuna.
Grazie a quel post, la ruota è tornata a girare. E ha girato nel verso giusto.
Grazie indirettamente anche a quel post, ho conosciuto una persona speciale.

Tutto questo mi sembra sufficiente per rinnovare la tradizione anche quest'anno.

Per l'amico/a che sta progettando un viaggio in Giappone:

"Autostop con buddha", di Will Ferguson.
Una novità nella collana Traveller di Feltrinelli. L'autore racconta il Giappone dal punto di vista inconsueto di un viaggiatore autostoppista. Il vostro amico/a lo apprezzerà sicuramente, anche se probabilmente sceglierà mezzi di trasporto e itinerari più convenzionali.

Per una nipotina che ha imparato a leggere o per un'amica a cui piace leggere libri insieme ai suoi bambini:

"Tarepanda", di Hikaru Suemasa.
Un libro illustrato alla scoperta di un pucciosissimo panda talmente pigro da muoversi rotolando. Fidatevi, lo troverete irresistibile. Perché il kawaii non è soltanto Hello Kitty.

Per la figlia-cugina-nipote adolescente che adora i manga ma è un po' allergica ai libri:

"Il coperchio del mare", di Banana Yoshimoto.
L'ultimo romanzo della Yoshimoto a essere uscito in traduzione italiana. Una storia di ragazze e di amicizia, narrata con la consueta delicatezza nostalgica dell'autrice, per far scoprire a una ragazzina che ci sono tanti modi per raccontare storie giapponesi come quelle che tanto ama nei manga.

Per l'amico che ama il fumetto occidentale ma guarda con diffidenza ai manga:

Made in Japan, AA.VV.
Uno splendido volume a fumetti per un interessantissimo esperimento: far raccontare il Giappone a otto autori francesi e otto autori giapponesi, recatisi ognuno per due settimane in una località diversa del paese. Quando ciò che conta non è lo stile o la provenienza dell'autore, ma il cuore delle storie che si vogliono raccontare.

Per un regalo importante e prezioso, da intenditori:


"Pellegrino in Asia", opere scelte di Fosco Maraini.
Il nuovo volume della collana Meridiani di Mondadori, dedicato ad uno dei massimi conoscitori del Giappone e dell'Asia. Un nome, una garanzia. Anche se, devo ammetterlo, pubblicare in questo formato la sua "bibbia" sul Giappone, "Ore giapponesi", la priva di una delle sue caratteristiche migliori, ovvero il ricco apparato fotografico.

Non solo Miyazaki

scritto da tafia il 10/11/2007,10/11/2007 10:16
Questa è una segnalazione che faccio "sulla fiducia", non avendo ancora tra le mani il libro in questione.
Ma ho fiducia nell'autore, che conosco personalmente e del quale ho già avuto il piacere di leggere e recensire un saggio sugli shojo manga.
E ho fiducia nel regista di cartoni animati a cui è dedicato questo libro, Isao Takahata, fosse anche solo per aver dato immagini e colori a due dei personaggi che ho più amato nella mia infanzia (e non solo): Anna dai capelli rossi e Heidi.
Oltre che sulla fiducia, questo libro andrebbe comprato anche solo per la magnifica copertina:


Un estratto dal comunicato stampa:

Cartoon Club/Guaraldi

 Presentano

 Mario A. Rumor
THE ART OF EMOTION

Il Cinema d’animazione di Isao Takahata

 Avete presente quei vecchi cartoni animati dell’infanzia che riunivano genitori e figli davanti alla tivù?
I loro nomi sono familiari, come quelli di amici cari, e talvolta si riaffacciano dal piccolo schermo televisivo: Heidi, Marco, Anna dai capelli rossi. E sì, anche il famigerato ladro gentiluomo Lupin III che proprio quest’anno compie quarant’anni di onorata carriera, tra fumetto e cinema d’animazione.
Dietro quei nomi se ne nasconde però un altro, quello di Isao Takahata. Il nome di un regista di cartoon grazie al quale Hayao Miyazaki – altra personalità che sicuramente moltissimi ormai conoscono e apprezzano in Italia – ha saputo trovare la strada che l’avrebbe condotto al successo per dimorare nell’olimpo dei Maestri indiscussi del cinema d’animazione (peraltro ricompensato sempre da ottimi incassi in patria e da quel premio Oscar che nel 2003 è scivolato nelle sue mani grazie al film La città incantata).
Per lungo tempo Hayao Miyazaki è sembrato il solo nome da ricordare con affetto e gratitudine per quanti fin da subito (anno più, anno meno) ne hanno ammirato la docile e poetica visione di un mondo dominato da fantasia e straordinaria forza dell’immaginazione. Per lungo tempo i nomi degli amici televisivi che ci guardavano dal ritaglio schermico della tivù gli sono stati in gran parte attribuiti, quasi per facilitare le cose, dimenticando che un cartoon o un film d’animazione è in realtà opera collettiva fatta da tantissime persone. [...]

Oggi i nomi di quegli amici televisivi
reclamano a gran voce la presenza del loro padre “biologico” sulla scena; colui che prendendo a prestito le loro storie da celebri romanzi per l’infanzia li ha trasformati in fortunati serial per la tivù o in straordinari lungometraggi per il grande schermo. Spesso accompagnati da premi prestigiosi e riconoscimenti internazionali.
Isao Takahata è il nome di cui abbiamo bisogno per fare i conti con quel passato di ricordi e con un presente dove i suoi lavori finalmente non sono più confusi con quelli dell’amico ed ex allievo Hayao Miyazaki.
L’occasione arriva dalla pubblicazione di un libro, “The Art of Emotion – Il Cinema d’animazione di Isao Takahata”, proposto ai lettori italiani (e non solo) da Cartoon Club e Guaraldi.
Non un semplice saggio monografico su un regista che da tempo meritava lo sdoganamento, ma un libro che guida l’appassionato in un mondo altro fatto di curiosità, tracce da seguire per meglio definire la personale passione per l’animazione, e con una ricchezza di spunti critici come mai prima d’ora un libro sui toon giapponesi aveva osato fare. [...]
In 400 pagine illustrate con foto a colori, “The Art of Emotion” vi riporta là dove tutto è cominciato (se siete fra coloro che amano il cinema di Hayao Miyazaki, ma anche fra chi è interessato a scoprire un volto inedito degli anime giapponesi). E lo fa con una mole impressionante di informazioni e materiali che iniziano dalla prima pagina e terminano davvero con l’ultimissima.

Mario A. Rumor
The Art of Emotion – Il cinema d’animazione di Isao Takahata

400 pagine a colori, Cartoon Club/Guaraldi, Rimini 2007, € 20,00
Prefazione di Michel Ocelot
Presentazione ufficiale a Lucca Comics 2007
Disponibile  nelle fumetterie o acquistandolo per corrispondenza qui:
Cartoon Club
Via Circonvallazione occidentale, 58
47900 Rimini
Tel. 0541/784193

fdc@fumodichina.com

(Italia + Giappone) : 2 = ?

scritto da tafia il 18/10/2007,18/10/2007 15:07
Si accennava nel post precedente alla scelta -con i suoi pro e i suoi contro- di trasferirsi in Giappone o comunque di vivere in paese diverso dalla propria patria.
Naruse Ryuta ha scherzosamente proposto una soluzione matematica al problema:
"ITALIA + GIAPPONE : 2 = ?"
Una formula che riassume la voglia e l'utopia di vivere in un luogo che unisca gli aspetti migliori del paese d'origine e di quello lontano che ci affascina e attrae. E allo stesso tempo l'incognita di un paese immaginario che unisca due realtà differenti come l'Italia e il Giappone.
Ma quali sono queste differenze? E quali sono gli aspetti dell'Italia che un Giapponese vorrebbe importare nel proprio paese e, viceversa, gli aspetti del Giappone che sarebbe utile importare in Italia?
Ryuta ce lo racconta nel suo libro, intitolato proprio con quella formula geografico-matematica.
Un libro nato da un blog, dove l'autore racconta la sua esperienza di Giapponese trasferitosi in Italia per non finire 'incanalato nelle rotaie della vita'.
Nella pagine del libro troviamo sia l'Italia di tutti i giorni vista dagli occhi di un Giapponese, sia le risposte a tante domande e curiosità tipicamente italiane sul paese del Sol Levante, tra stereotipi più o meno veri. Il tutto corredato dalle vignette di Ishikawa Tomoyoshi.
Il libretto, scorrevole e leggero, ha tutta la spontaneità dell'autoproduzione e nessuna pretesa colta o letteraria: una sorta di chiacchierata tra amici, in un semplice e simpatico italiano "alla giapponese".
Ve lo consiglio, fosse anche solo per la gentilezza dell'autore, che è stato subito pronto a spedirmi a sue spese una copia sostitutiva quando gli ho scritto che in quella acquistata mancavano alcune pagine.



Qui le indicazioni su dove trovarlo o come acquistarlo on-line.
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Partenze e Distanze

scritto da tafia il 20/06/2007,20/06/2007 12:26

Tra due giorni salirò su un paio di aerei che, in più o meno 12 ore e uno scalo, mi porteranno dritto dritto a Tokyo. Se proprio mi va male, al massimo non funziona lo schermo e non potrò guardare i film programmati per rendermi meno noioso il viaggio.
Al mio arrivo, non solo troverò facce conosciute ad attendermi, ma avrò a disposizione un cellulare e una connessione internet in camera per Tanaka (=il mio pc portatile) che mi permetterà di mandare mail, postare foto in direttissima o addirittura telefonare dall'altra parte del mondo a tariffe esigue.
Certo, alcuni ti guardano ancora con occhi strani quando annunci la partenza e ancora non hanno ben capito se vai in Cina (perchè ti ci ha mandato qualcuno?) o in Giappone. E cosa ci vai a fare. "Una settimana di lavoro, poi un paio per conto mio." "Ah, vai in ferie!" Sì, ok, come non detto.
Comunque, tutto sommato, ormai viaggiare è diventato facile. E non ci vuole chissà che coraggio o intraprendenza a lasciare casa per andare al di là degli oceani, tanto -volendo- con chi è rimasto a casa si può rimanere in contatto in direttissima minuto per minuto.

 Immagine di Giappone perduto

Ma ci sono stati altri tempi.
Tempi in cui andare in Giappone poteva significare salire su una nave a vapore per il giro del mondo nel febbraio 1866 e arrivare a luglio in un paese ancora nella sua era feudale, aperto da poco -e per certi versi ancora ostile- agli stranieri.
Enrico H. Giglioli, nel suo piacevolissimo "Giappone Perduto", racconta del Giappone che si è trovato di fronte con il candore e lo stupore di chi scopre un altro pianeta, ma allo stesso tempo la precisione di uno scienziato, di un etnografo. Un Giappone ancora intatto, che a lì a poco avrebbe ceduto parte delle sue tradizioni, dei suoi usi e costumi, in cambio dell'occidentalizzazione e del progresso.
Quello però che colpisce di più è l'apertura dell'autore al nuovo popolo, alla cultura che ha di fronte, in tempi in cui le distanze nel mondo erano ancora tali. Senza pregiudizi, senza riserve, senza la tentazione di ribadire la superiorità della propria civiltà rispetto alla civiltà "altra". Nonostante fosse consapevole che la vita di uno straniero, a quei tempi, era constantemente minacciata dagli assalti dei samurai ostili all'apertura del paese, Giglioli sa comprendere che si tratta di una contingenza storica in qualche modo inevitabile e riconosce nella gente del popolo giapponese una gentilezza, una cordialità, un'ospitalità tale da affermare che "non s'incontra nulla di simile in alcun altro Paese".
E una volta tornato in patria, saputo della modernizzazione in corso in Giappone, si scopre addirittura "dolente di veder togliere al Giappone quel suo carattere bello e originale e mettere in pericolo quei mille tratti singolari e caratteristici, quella genuina bontà d'indole che spiccava tanto, specialmente nel popolano, e che è così rara tra noi popoli superiori e sedicenti civilizzatori".
Ve lo consiglio, se volete capire cosa è stato perso e cosa invece è rimasto del Giappone d'altri tempi. E se volete un buon esempio di come porsi di fronte a una realtà "altra", cosa che spesso non ci riesce nonostante le distanze, ora, si siano notevolmente accorciate.

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Love Letter

scritto da tafia il 15/04/2007,15/04/2007 14:37

Non sono mai stata portata per le recensioni di film e ammetto di avere gravi lacune in cinematografia giapponese.
Ma poco tempo fa, ben consigliata da qualcuno che se ne intende, ho visto Love Letter, di Iwai Shunji.

 

E' la storia del ricordo di un amore. E tuttavia quell'amore non si vede mai, per tutta la durata del film.
E' un film su come ognuno di noi è allo stesso tempo tante persone, ognuna diversa nei ricordi, nei sentimenti, negli occhi degli altri. Diversa a seconda di chi ci ha conosciuto, quando ci ha conosciuto, come ci ha conosciuto.
Dopo due anni, Naoko soffre ancora per la morte del fidanzato Itsuki. Sfogliando nel suo annuario scolastico, trova il vecchio indirizzo del ragazzo e gli invia una lettera. Le risponderà un'improbabile omonima. Una Itsuki che ha lo stesso nome e cognome di Itsuki, abita nello stesso paese in cui in passato abitava Itsuki, era compagna di classe di Itsuki.
Inizia un fitto e curioso scambio di lettere in cui una Itsuki raffreddata racconterà il "suo" Itsuki a Naoko, che si trova davanti un'immagine del fidanzato diversa da quella del suo ricordo.
Naoko e la sua nuova amica di penna sono due specchi che riflettono due immagini diverse ma appartenenti alla stessa persona, Itsuki.
E loro stesse sono interpretate dalla stessa attrice, benchè totalmente differenti nello stile e nel carattere.
"Love Letter" è un continuo intreccio tra il presente, i flashback del passato, le parole delle missive.
Ma in sostanza nel film non accade nulla, o quasi.
E qualcuno potrebbe definirlo noioso.
Ma dal cinema giapponese, dai suoi silenzi, dalla sua lentezza, forse dovremmo capire che un film non è necessariamente azione, suspence, risata, drammaticità amplificate alla massima potenza.
A volte si entra nei film e nelle loro storie in punta di piedi, facendosi trasportare dalla loro atmosfera, dalla delicatezza silenziosa di un sentimento.

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Ikebukuro West Night Park

scritto da tafia il 09/02/2007,09/02/2007 12:07

"Nel tragitto di ritorno, sentivo la pressione sulla testa delle nuvole cariche di pioggia, e tenendo le mani in tasca, ridevo da solo. Non sapevo il perchè. Ma capita che mentre stai camminando ti venga voglia di ridere."
ISHIDA IRA, Ikebukuro West Gate Park

Peccato per la copertina, che ahimè fa tanto "Tre metri sopra il cielo" (i francesi, ad esempio, hanno saputo fare un po' meglio).
Peccato per il titolo banale, Tokyo Nights, quando poteva benissimo essere usato l'originale: Ikebukuro West Gate Park.
Peccato per l'edizione con qualche refuso e passata un po' inosservata, in libreria e nei canali promozionali.
Peccato per la traduzione, che a tratti mi ha dato l'impressione di essere un po' incerta e poco scorrevole.
Mi dispiace dirlo, ma l'edizione italiana di Ikebukuro West Gate Park è a mio parere un'occasione sprecata per un romanzo che in patria ha avuto molto successo, tanto da essere trasposto in due versioni a fumetti (per Kodansha e Akita Shoten) e una serie TV.
La storia è valida, con un protagonista ben tratteggiato: Makoto, giovane ragazzo di Ikebukuro che, di fronte agli episodi sempre più gravi che scaturiscono dalla lotta tra gang del suo quartiere, decide di porsi come Peacemaker per fermare quella che ormai ha assunto i tratti di una guerra civile. E lo fa con il disincanto e il realismo di chi conosce la strada e ha smesso di illudersi, ma non per questo rinuncia a battersi per cambiare le cose, per salvare il quartiere a cui sente di appartenere, a cui vuole assicurare un futuro.
Un giallo che a tratti sconfina in un romanzo di formazione.
C'è una Tokyo che non conosco, in questo romanzo. Un mondo sotterraneo che rimane nascosto a chi, come me, di Ikebukuro conosceva solo il grande centro commerciale Sunshine City, meta prediletta dello shopping. Del West Gate Park ho solo la foto sfuocata qui sopra, scattata proprio nell'angolo del quartiere ritratto nel manga.
La mia opinione sul romanzo rimane dunque wishy-washy. Dovrei leggere l'originale per poter giudicare. Ma mi sa che per il momento mi accontenterò della visione del drama.

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Caro Santa-san...

scritto da tafia il 17/12/2006,17/12/2006 12:28

Se non sapete cosa chiedere a Santa-san, o se come me siete ancora in alto mare con la scelta dei regali e tra i destinatari avete qualcuno appassionato di Giappone o semplicemente incuriosito dalla cultura "altra" del Sol Levante, provo a darvi qualche suggerimento per delle strenne con gli occhi a mandorla. Sono tutti libri, perchè sono estremamente convinta che un libro sia uno dei regali migliori che si possano fare e ricevere (se opportunamente pensati, non vale pigliare un best-seller a caso dall scaffale del supermercato).

Per l'amico nipponista intenditore:

"Giappone Mandala", di Fosco Maraini.
E' uscito da poco, quindi forse fate in tempo a regalarglielo prima che se lo procuri da solo (ma per precauzione conservate lo scontrino). Se l'amico è un nipponista come si deve, un volume così non ha bisogno di presentazioni: foto e testi di Maraini sono già una garanzia sufficiente. Io l'ho sfogliato in libreria e ho fatto intendere a chi era con me (per fortuna era mia mamma) che sarebbe un regalo mooolto gradito...

Per qualcuno che ama la lettura e i gatti, qualcuno che ha tempo per leggere e soprattutto sa che la letteratura giapponese non equivale esclusivamente a Yoshimoto Banana.

"Io sono un gatto", Natsume Soseki
Finalmente in traduzione italiana uno dei capolavori della letteratura giapponese. L'alba del XX secolo in Giappone raccontata dagli occhi di un gatto. Lettura certamente impegnativa, ma allo stesso tempo roba da augurarsi una lunga influenza per poter stare sotto le coperte a leggerselo!

Per una matricola di Lingue Orientali, per un appassionato di manga e anime, per chi è semplicemente curioso o per chi del Giappone sa tutto ma ha bisogno di un Bignami per ricordarselo.

"Il Giappone a colpo d'occhio", Kappa Edizioni
Disegnini e didascalie bilingue (italiano e giapponese, ovviamente) per un manuale che può sembrare frivolo ma che in realtà contiene tutte le nozioni di base e i termini utili per affrontare la vita quotidiana in Giappone. Utilissimo per cogliere tutti gli aspetti di un manga, di un cartone animato o di un romanzo made in Japan.

Per chi ama sperimentare in cucina e non crede che solo gli italiani mangino decentemente. E per chi è stato in giappone e ha nostalgia del nihon ryori...

"Il Giappone in cucina", di Graziana Canova Tura.
Purtroppo non ho avuto ancora l'occasione di averlo tra le mani, ma ne parla bene Comida -la mia esperta preferita di cucina multietnica- e questo mi basta per consigliarvelo!

Per l'amica modaiola e per tutti gli appassionati di fotografia e "human watching".

"Fresh Fruits", edizioni Phaidon
Una gallery variopinta di vera street fashion, in diretta da Tokyo. Imperdibile! E poi non venite a dirmi che i Giapponesi son tutti uguali!
Consigliato anche a genitori alle prese con adolescenti ribelli: dopo aver visto questo, vi assicuro che non penseranno più che il loro figli si vestono strani...

Per il purista che ama il Giappone ma disdegna i manga.

"L'uomo che cammina", Jiro Taniguchi
Un capolavoro delicato e silenzioso, a prescindere dal mezzo con cui è narrato.

Letture d'agosto

scritto da tafia il 23/08/2006,23/08/2006 11:11

[Il blog riprende le trasmissioni dopo una pausa estiva servita a superare lo straniamento del ritorno dal Giappone, a rigenerarmi, a distrarmi un po'.]

Al ritorno dal Giappone, mi aspettava la lettura di questo libro di Yoshimoto Banana, uscito in traduzione italiana per Feltrinelli con il titolo "Ricordi di un vicolo cieco".
Una raccolta di racconti scritti nel consueto stile semplice e delicato della Yoshimoto, intrisi di malinconia ma sempre illuminati dalla speranza.
Una lettura che ho sentito particolarmente mia, capitata al momento giusto.
E' un libro sul fragile e impercettibile ritorno alla serenità dopo un'esperienza dolorosa, sulla possibilità di essere felici, sulle persone e gli eventi che inaspettatamente ti tendono una mano e ti aiutano a rialzarti e a guardare avanti.

"Le stelle scintillavano e il cielo appariva senza confini.
Quella sensazione -il freddo del vento in quei momenti, il futuro che si spalancava immenso, il profumo di mare che avvolgeva il mio paese natale- adesso si risvegliava in me.
Una condizione dello spirito che si diffondeva libera in ogni direzione come una melodia...Mi sembrava che avrei potuto continuare ancora a cercarla. Era come se uno strato della pelle che ricopriva il mio spirito, intorpidito dalla pace e diventato insensibile ai dolori, si fosse staccato. Certo era doloroso, ma la sensazione dell'aria che colpiva la pelle era molto più fresca e viva dello stato di insensibilità in cui vegetavo.
Coraggio, prepariamoci a tornare e ricominciare."

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