In partenza per il FEFF!

scritto da tafia il 18/04/2008,18/04/2008 17:59


Da domani a martedì sarò qui.

Tra i film giapponesi, penso punterò su questi:

Always -Sunset on third street- 2
Yamazaki Takashi

 

Adrift in Tokyo
Miki Satoshi




Funuke, Show Some Love You Losers!
Yoshida Daihachi



Con qualche concessione, poi, a Hong Kong, Cina, Corea, magari Tailandia.
E perché no, Filippine!

Edit immediatamente successivo.
Ora, una non è che vada al Far East Film Festival solo per comprare la borsina (ehm...).
Ma quella dell'anno scorso, che era tanto bellina, si è sfasciata , quindi meditavo di rimediare con quella nuova, ma pare sia questa.
Ehi! Ma non mi piace! E' plasticosa! Non è kawaii! Voglio la mia shopper di stoffa, traditori!!!

Il Giappone di Amélie Nothomb

scritto da tafia il 26/03/2008,26/03/2008 12:28
[Attenzione: contiene anticipazioni sul finale del romanzo!]



Sono reduce (già da un po', a dire il vero) dalla lettura dell'ultimo romanzo di Amélie Nothomb: Né di Eva né di Adamo, gentilmente donatomi in anteprima dalla redazione di Voland.
La Nothomb è una scrittrice che forse non avrei mai conosciuto, se nei suoi romanzi non ci fosse stato il Giappone. E delle sue opere, lo ammetto, finora ho letto solo quelle ambientate nel Sol Levante. La terra che l'ha vista nascere e scoprire il mondo nei suoi primi anni di vita (Metafisica dei tubi), sperimentare il primo straziante distacco quando è costretta a lasciare il Giappone e con esso lo stato divino dell'infanzia (Biografia della fame), subire sulla sua pelle il degrado di un mobbing crudele da parte dell'azienda giapponese che l'ha assunta (Stupore e Tremori).
Nell'ultimo romanzo, Amélie ci racconta un altro lato del suo ritorno in Giappone in età adulta: quello più sentimentale, la riscoperta della sua terra natia attraverso il legame che stringe con Rinri, un giovane giapponese.
E' una storia d'amore (con una persona, ma anche con un paese) raccontata non tanto con il cuore, quanto con il corpo. Ma non il corpo dell'unione fisica (praticamente mai accennata nelle 150 pagine del libro), bensì quello del gusto, degli odori, della fatica, del dolore, della serenità. Un'esperienza sensoriale che parla attraverso un uso maestrale delle parole, del linguaggio. La scrittura della Nothomb sembra infatti incarnare il kotodama, quel magico potere che gli antichi giapponesi attribuivano alla parola. Nei suoi romanzi non c'è frase che sia banale, ma nemmeno inutilmente complessa, o di troppo.
Fino alla fine del romanzo, il sentimento per Rinri e quello per il Giappone si sovrappongono e si confondono in un incalzante fluire di aneddoti, ricordi e giochi di linguaggio, fino al distacco finale da una terra (e da una persona) che, per quanto amata, si è scelto di lasciare:
"Fratello mio, io ti amo. La mia partenza non è un tradimento. Può capitare che la fuga sia un gesto d'amore. Per amare, ho bisogno della mia libertà. Parto per preservare la bellezza di quello che provo per te. Non cambiare."
Mi resta un solo rammarico, dopo la lettura di questo libro: l'impressione che chi lo legge senza conoscere il Giappone possa goderselo al 99%. Quell'1% in più è riservato a chi ha conosciuto l'odore e il gusto dell'okonomiyaki che fa andare in estasi la protagonista nelle prime pagine...

Sakura & Starbucks

scritto da tafia il 06/03/2008,06/03/2008 17:28
Dovrei recensire l'ultimo capolavoro della Nothomb, oppure raccontarvi cosa vado a fare a Udine nel weekend, ma mi preme farvi sapere che da oggi sono virtualmente in possesso di questo sublime esemplare di thermos (o tumbler, come lo chiamano loro) Starbucks:

Dico "virtualmente" perché me l'ha comperato a Tokyo la cara amica Fracce e ci vorrà ancora un po' perché arrivi tra le mie mani, ma è comunque inevitabilmente MIO, in tutta la sua kawainaggine pinku.
Fa parte della collezione Sakura 2008, lanciata da pochi giorni nei locali Starbucks del Giappone, in previsione della prossima fioritura dei ciliegi. Una collezione che, oltre ai tumbler, comprende una tazza in vetro, la compilation "Chocolate & Music", una chiffon cake, dei macaron e dei biscottini in sacchetto.
Tutto rigorosamente nei toni del rosa.
Sakura e Starbucks, un abbinamento per me irresistibile.
Lo so, Starbucks non è giapponese.
Ma la mia mente lo collega inevitabilmente al Giappone, perché è lì che l'ho scoperto ed è diventato per me l'emblema di quell'atmosfera tipica da caffetteria di Tokyo. Una dimensione in cui il tempo sembra fermarsi, un luogo in cui un Frappuccino è (quasi) solo un pretesto per fermarsi a chiacchierare con un'amica, fare lezione di qualche lingua straniera con un gaijin, leggere un libro su una comoda poltroncina, rivedere gli appunti dell'università, fare i compiti.
Mi mancano luoghi simili, in Italia. Bar e pasticcerie, qui, non sono la stessa cosa.
Non basterà nemmeno il thermos a sopperire alla carenza di Starbucks, ma almeno è così bellino...

Cosa si fa per campa'! -warning: explicit post-

scritto da tafia il 21/02/2008,21/02/2008 16:08
Come lettrice di manga ho sempre seguito prevalentemente shojo, ma come traduttrice sono onnivora, volente o nolente.
Tra le mie mani sono passati vampiri, pirati, virus, mostri e chi più ne ha più ne metta.
E ferma restando la mia personale deontologia professionale, per la quale mi rifiuto di tradurre gli hentai, la pagnotta bisogna pur guadagnarsela, per cui a volte metto mano anche a manga scollacciati (ricordiamo, ad esempio, le lottatrici succinte), destinati prevalentemente a un pubblico maschile... e per par condicio all'equivalente nippofumettistico degli Harmony per ragazzine dall'ormone agitato (anche se certe scene un conto è leggerle, un conto vederle...).
Quando mi capita, soprattutto in caso di storie per maschietti, spero sempre di non finire in mezzo a qualche indagine per omicidio. Perchè la cronologia del mio browser darebbe di me un'immagine poco edificante che potrebbe sviare le indagini a mio sfavore e far gongolare orde di giornalisti.
"Nel computer di una delle indagate, laureata in lingue orientali e traduttrice di fumetti giapponesi, decine di link a siti erotici giapponesi e immagini di donne asiatiche nude."
D'altronde, che risultati pensiate escano da Google-Immagini cercando uno sconosciuto vocabolo slang a caso, tratto dalla conversazione di liceali arrapati che dissertano di ragazze? Ecco, appunto.
Comunque si fanno spesso scoperte filologicamente interessanti.
Eccovi qualche chicca dalla mia ultima fatica.
デカパイ dekapai
Contrazione di dekai (enorme) e oppai (tette)= tettona; il contrario ovviamente (?) è pechapai, da pechanko di "piatto".
アイコラ aikora
Contrazione di idol collage. Che non è, come avevo ingenuamente pensato, un collage di foto della propria idol preferita, bensì la sovrapposizione dell'immagine del suo volto alla foto di un corpo femminile nudo, per avere la sensazione di vedere la propria beniamina senza veli!
やりちん yarichin
Da yari del verbo "fare" nell'accezione di yarimakuru, una sorta di "fare incessantemente, darci dentro", unito a chin di chinko, nomignolo affettuoso per l'organo maschile (da qui, capite perchè in Giappone sia meglio evitare di brindare urlando CIN CIN!). In sostanza, detto finemente, un "donnaiolo". A voi la scelta di sinonimi più scurrili.
オナニチャン onanichan
Gran finale con questo brillante (?) neologismo dell'autore del manga in questione. Vi dico solo che onani deriva dal termine di origine biblica che indica una certa pratica solitaria, mentre chan, ahimè, è l'abbrevazione di champion. Lascio a voi trarne le conseguenze.

C'è sempre qualcosa di nuovo da imparare.

piccolo post autoreferenziale

scritto da tafia il 15/02/2008,15/02/2008 09:19
Ormai non è più una novità vedere il mio nome sull'ultima pagina dei fumetti che traduco.
Sempre un piacere, certo, ma non una novità.
Però ieri qualcuno ha aperto per caso la prima pagina del sito dell'ANSA e mi ha fatto avvicinare al computer perchè vedessi questo.


Ecco, be', i primi volumi che usciranno in questa collana Disney Manga li ho tradotti io. E se tutto va bene, tradurrò anche i successivi.
Ricordo ancora la strana sensazione che ho avuto vedendo per la prima volta Paperino & co. parlare a ideogrammi. E che soddisfazione far pronunciare a Pippo quello "yuk" imparato da bambina leggendo Topolino.
Chi ha scritto quella notizia per l'ANSA non sa chi sono e probabilmente non ha nemmeno letto il mio nome sull'ultima pagina, ma leggendo l'articolo ho avuto la sensazione che tra quelle righe si parlasse un po' anche di me.

MERRY KURISUMASU!

scritto da tafia il 25/12/2007,25/12/2007 16:52
Tanti auguri di Buon Natale da Tokyo, anche se qui ormai è S.Stefano...

Caro Santa-san 2007...

scritto da tafia il 15/12/2007,15/12/2007 16:40
Giusto un anno fa scrivevo un post con qualche consiglio per gli acquisti di Natale, scegliendo tra una serie di libri a tema -ovviamente- nipponico.
Il post ebbe un inaspettato successo, in buona parte grazie a Comida che lo apprezzò tanto da segnalarlo nel suo blog.
A distanza di un anno, posso dire che quel post -scritto in un periodo non proprio positivo- mi ha portato fortuna.
Grazie a quel post, la ruota è tornata a girare. E ha girato nel verso giusto.
Grazie indirettamente anche a quel post, ho conosciuto una persona speciale.

Tutto questo mi sembra sufficiente per rinnovare la tradizione anche quest'anno.

Per l'amico/a che sta progettando un viaggio in Giappone:

"Autostop con buddha", di Will Ferguson.
Una novità nella collana Traveller di Feltrinelli. L'autore racconta il Giappone dal punto di vista inconsueto di un viaggiatore autostoppista. Il vostro amico/a lo apprezzerà sicuramente, anche se probabilmente sceglierà mezzi di trasporto e itinerari più convenzionali.

Per una nipotina che ha imparato a leggere o per un'amica a cui piace leggere libri insieme ai suoi bambini:

"Tarepanda", di Hikaru Suemasa.
Un libro illustrato alla scoperta di un pucciosissimo panda talmente pigro da muoversi rotolando. Fidatevi, lo troverete irresistibile. Perché il kawaii non è soltanto Hello Kitty.

Per la figlia-cugina-nipote adolescente che adora i manga ma è un po' allergica ai libri:

"Il coperchio del mare", di Banana Yoshimoto.
L'ultimo romanzo della Yoshimoto a essere uscito in traduzione italiana. Una storia di ragazze e di amicizia, narrata con la consueta delicatezza nostalgica dell'autrice, per far scoprire a una ragazzina che ci sono tanti modi per raccontare storie giapponesi come quelle che tanto ama nei manga.

Per l'amico che ama il fumetto occidentale ma guarda con diffidenza ai manga:

Made in Japan, AA.VV.
Uno splendido volume a fumetti per un interessantissimo esperimento: far raccontare il Giappone a otto autori francesi e otto autori giapponesi, recatisi ognuno per due settimane in una località diversa del paese. Quando ciò che conta non è lo stile o la provenienza dell'autore, ma il cuore delle storie che si vogliono raccontare.

Per un regalo importante e prezioso, da intenditori:


"Pellegrino in Asia", opere scelte di Fosco Maraini.
Il nuovo volume della collana Meridiani di Mondadori, dedicato ad uno dei massimi conoscitori del Giappone e dell'Asia. Un nome, una garanzia. Anche se, devo ammetterlo, pubblicare in questo formato la sua "bibbia" sul Giappone, "Ore giapponesi", la priva di una delle sue caratteristiche migliori, ovvero il ricco apparato fotografico.

Non solo Miyazaki

scritto da tafia il 10/11/2007,10/11/2007 10:16
Questa è una segnalazione che faccio "sulla fiducia", non avendo ancora tra le mani il libro in questione.
Ma ho fiducia nell'autore, che conosco personalmente e del quale ho già avuto il piacere di leggere e recensire un saggio sugli shojo manga.
E ho fiducia nel regista di cartoni animati a cui è dedicato questo libro, Isao Takahata, fosse anche solo per aver dato immagini e colori a due dei personaggi che ho più amato nella mia infanzia (e non solo): Anna dai capelli rossi e Heidi.
Oltre che sulla fiducia, questo libro andrebbe comprato anche solo per la magnifica copertina:


Un estratto dal comunicato stampa:

Cartoon Club/Guaraldi

 Presentano

 Mario A. Rumor
THE ART OF EMOTION

Il Cinema d’animazione di Isao Takahata

 Avete presente quei vecchi cartoni animati dell’infanzia che riunivano genitori e figli davanti alla tivù?
I loro nomi sono familiari, come quelli di amici cari, e talvolta si riaffacciano dal piccolo schermo televisivo: Heidi, Marco, Anna dai capelli rossi. E sì, anche il famigerato ladro gentiluomo Lupin III che proprio quest’anno compie quarant’anni di onorata carriera, tra fumetto e cinema d’animazione.
Dietro quei nomi se ne nasconde però un altro, quello di Isao Takahata. Il nome di un regista di cartoon grazie al quale Hayao Miyazaki – altra personalità che sicuramente moltissimi ormai conoscono e apprezzano in Italia – ha saputo trovare la strada che l’avrebbe condotto al successo per dimorare nell’olimpo dei Maestri indiscussi del cinema d’animazione (peraltro ricompensato sempre da ottimi incassi in patria e da quel premio Oscar che nel 2003 è scivolato nelle sue mani grazie al film La città incantata).
Per lungo tempo Hayao Miyazaki è sembrato il solo nome da ricordare con affetto e gratitudine per quanti fin da subito (anno più, anno meno) ne hanno ammirato la docile e poetica visione di un mondo dominato da fantasia e straordinaria forza dell’immaginazione. Per lungo tempo i nomi degli amici televisivi che ci guardavano dal ritaglio schermico della tivù gli sono stati in gran parte attribuiti, quasi per facilitare le cose, dimenticando che un cartoon o un film d’animazione è in realtà opera collettiva fatta da tantissime persone. [...]

Oggi i nomi di quegli amici televisivi
reclamano a gran voce la presenza del loro padre “biologico” sulla scena; colui che prendendo a prestito le loro storie da celebri romanzi per l’infanzia li ha trasformati in fortunati serial per la tivù o in straordinari lungometraggi per il grande schermo. Spesso accompagnati da premi prestigiosi e riconoscimenti internazionali.
Isao Takahata è il nome di cui abbiamo bisogno per fare i conti con quel passato di ricordi e con un presente dove i suoi lavori finalmente non sono più confusi con quelli dell’amico ed ex allievo Hayao Miyazaki.
L’occasione arriva dalla pubblicazione di un libro, “The Art of Emotion – Il Cinema d’animazione di Isao Takahata”, proposto ai lettori italiani (e non solo) da Cartoon Club e Guaraldi.
Non un semplice saggio monografico su un regista che da tempo meritava lo sdoganamento, ma un libro che guida l’appassionato in un mondo altro fatto di curiosità, tracce da seguire per meglio definire la personale passione per l’animazione, e con una ricchezza di spunti critici come mai prima d’ora un libro sui toon giapponesi aveva osato fare. [...]
In 400 pagine illustrate con foto a colori, “The Art of Emotion” vi riporta là dove tutto è cominciato (se siete fra coloro che amano il cinema di Hayao Miyazaki, ma anche fra chi è interessato a scoprire un volto inedito degli anime giapponesi). E lo fa con una mole impressionante di informazioni e materiali che iniziano dalla prima pagina e terminano davvero con l’ultimissima.

Mario A. Rumor
The Art of Emotion – Il cinema d’animazione di Isao Takahata

400 pagine a colori, Cartoon Club/Guaraldi, Rimini 2007, € 20,00
Prefazione di Michel Ocelot
Presentazione ufficiale a Lucca Comics 2007
Disponibile  nelle fumetterie o acquistandolo per corrispondenza qui:
Cartoon Club
Via Circonvallazione occidentale, 58
47900 Rimini
Tel. 0541/784193

fdc@fumodichina.com

Il Giappone in edicola a 10 euro

scritto da tafia il 26/10/2007,26/10/2007 15:35


Non è una recensione, perchè se aspettassi di leggerlo tutto per parlarvene poi voi non lo trovereste più in edicola.
Quindi questa è una segnalazione.
E' uscito oggi, in edicole e librerie, un "quaderno speciale" della rivista di geopolitica Limes tutto dedicato al "Mistero Giappone": oltre una ventina di brevi saggi e articoli , firmati da autorevoli esperti e prevalentemente dedicati all'attualità nipponica.
A giudicare dal sommario, il volume si prospetta interessante. Io penso inizierò dalla seconda parte, dove ho già individuato un "Pianeta Manga" scritto dal nostrano fumettista Igort e un articolo sulla yakuza. Poi con calma passerò ai saggi più impegnativi.
Per il momento non ho resistito e mi sono già concessa il breve racconto "Natale in Giappone" della sempre gradita Amélie Nothomb (lo trovate a pag. 165, se siete squattrinati e abili a passare inosservati, potete riuscire a leggervelo direttamente in libreria in modalità tachiyomi ...ma non dite che ve l'ho suggerito io!).

Dimenticavo.
Se volete leggervi qualcosa di gratuito e meno impegnativo, la sottoscritta ha da poco iniziato a scribacchiare anche da queste parti...

8 cose su di me e la mia patria onoraria

scritto da tafia il 01/10/2007,01/10/2007 10:46
Torno finalmente a scrivere in questo blog trascurato e bisognoso di un restyling, motivata da una "blog-catena" passatami da Phoebe.
La catena consisterebbe nello scrivere 8 cose di me che in tutta probabilità i lettori non conoscono. Ma non volendo deviare dalla nippotematica del blog, eccovi 8 cose che forse non sapete su me e il Giappone.
1. Alle elementari, i miei per carnevale mi hanno vestita da giapponesina modificando un vecchio pigiama di raso a fiori con la maglia tagliata a kimono e aggiungendo parrucca con acconciatura simil-geisha e ombrellino di carta stile orientale. Evidentemente, il mio destino era già segnato.

2. Il primo libro di un autore giapponese che ho letto è Tokyo Blues (titolo originale: Norvegian Wood) di Murakami Haruki, più di dieci anni fa. L'ho adorato ed è tuttora uno dei miei romanzi preferiti. Ma a quei tempi ancora non avevo un'attrazione particolare per il Giappone. Poi avrei scoperto Yoshimoto Banana e l'esistenza di un traduttore chiamato Giorgio Amitrano. E sarebbe nato il sogno, per ora realizzato solo parzialmente, di vedere il mio nome su di un libro alla voce "tradotto da".

3. Generalmente, non mangio il sushi. E non perchè mi faccia schifo il pesce crudo, anzi. Semplicemente, non sopporto il gusto dell'aceto con cui viene bagnato il riso del sushi. Quindi, o trovo del sushi in cui ne han messo poco e non si sente, o me lo faccio preparare senza aceto da amici fidati, o rubo le fettine di salmone e tonno crudo dal sushi degli altri.

4. Ho una famiglia adottiva giapponese: gli Amemiya di Yokohama, una coppia di dinamici e attivi ultrasessantenni. Con due deliziose e vivaci nipotine gemelline di quasi quattro anni, che ho visto appena nate ma se mi distraggo un attimo rischio di ritrovarmele con la divisa alla marinaretta e i loose socks. Gli Amemiya, bontà loro, mi hanno ospitata più volte durante i miei soggiorni in Giappone, compreso quello durato un anno. Sarò loro debitrice a vita. Come li ho conosciuti? Durante i primi anni dell'università, ho trovato per caso il loro sito, in cui raccontavano dei loro viaggi e dei loro passatempi. Scrivevano di voler entrare in contatto con persone di tutto il mondo...io avevo bisogno di mettere in pratica il mio allora stentato giapponese, così ho mandato loro un'email. E da cosa è nata cosa. Conoscerli è una delle fortune più grandi che mi siano capitate: il mio legame con il Giappone è strettamente collegato anche al mio rapporto con loro e a volte mi spaventa pensare all'età che hanno, all'idea che inevitabilmente, un giorno, ci sarà un mio Giappone senza di loro. 

5. Non tutto quel che è giapponese automaticamente mi piace o mi interessa. Alcuni esempi. Baseball e sumo: sono i due sport nazionali, ma il primo non mi entusiasma (forse perchè non ho ancora ben capito come funziona, nonostante le innumerevoli spiegazioni) e il secondo ancora meno, soprattutto per fattori estetici. Bonsai e ikebana: ho troppo poca pazienza. I film horror giapponesi, per incompatibilità totale con il genere.

6. I miei posti preferiti in Giappone sono: i templi, gli onsen, i 100 yen shop, i konbini, i karaoke. Ovviamente tutti posti che in Italia non esistono: un dramma.

7. Non ho mai trovato risposta al quesito: vorresti vivere in Giappone? Per anni ho detto "se mi ritrovo sola mi trasferisco in Giappone", quasi come un rito scaramantico, per assicurarmi una via di uscita quasi desiderabile ad un'eventualità per nulla desiderabile. Ma la scaramanzia non ha funzionato e a un certo punto mi sono ritrovata sola. E ci sono andata in Giappone, ma per tre mesi. E poi sono tornata. Ora l'opzione trasferimento in Giappone è scartata, tornata ad essere al massimo un pensiero scaramantico che però ha perso di efficacia. Ma il vivere in Giappone credo rimarrà dentro di me finché muoio come "l'altra possibilità", la strada che non ho scelto al bivio, il treno su cui non sono salita. Per scelta? Per paura? Forse non lo saprò mai. Ho una lista ragionata di motivazioni "contro" il vivere definitivamente in Giappone, con la quale mi convinco che la mia è stata una scelta razionale. Ma so che invece molto ha contato il timore di disamorarmi del paese che ho scelto come seconda patria onoraria: una volta persa la passione che sta segnando la mia vita, cosa mi resterebbe? Ho preferito non correre il rischio.

8. C'è il "mal d'Africa". E c'è il "mal di Giappone", di cui soffro senza possibilità di cura alcuna, se non l'andarci più o meno regolarmente. Il "mal di Giappone" ha sintomi tipo questo. Scoprire grazie a un blog che esiste un sito in cui sono raccolte tutte le melodie che ogni stazione della linea Yamanote di Tokyo trasmette all'arrivo/partenza dei treni, ascoltarne un paio e farsi venire il groppo in gola e una lacrimuccia.